Solo nel 1400 la rete dei bottini
senesi raggiunse la sua massima espansione, alimentando sia le fonti
pubbliche sia le cisterne private. Per far si che l'acqua non mancasse mai ne
alle fonti ne alle cisterne, fu istituita una figura di vigilanza detta "il
bottiniere", il quale aveva il compito di vigilare sulla portata idrica
dei bottini, scongiurando furti di acqua da parte dei cittadini. A seguito di
una segnalazione di furto idrico, da parte del bottiniere, si poteva arrivare
anche alla sospensione del servizio di approvigionamento. Le regole a quel
tempo erano molto severe e si privilegiava sempre e comunque il bisogno
pubblico su quello privato, quindi in caso di carenza di acqua nei bottini, si
poteva sospendere la distribuzione privata. Queste regole non furono create per
caso, dato che nel 1364 molti cittadini privati iniziarono ad abusare delle
loro concessioni, facendo scarseggiare l'acqua in tutta la città, e ricevendo
salate sanzioni per i loro abusi. Le autorità senesi erano molto preoccupate
per i continui furti di acqua praticate nei bottini per l'approvigionamento
idrico o per la pulizia degli abiti, pratica questa che poteva inquinare e
compromettere la salubrità delle acque. Si dovette aspettare il 1410 perchè il
comune prendesse la decisione di chiudere in maniera coatta le aperture
abusive, senza però trarne risultato date che gli allacciamenti illegali non si
arrestarono. Lo scopo dei bottini infatti non era quello di servire le
abitazioni private, ma quello di approvigionare le fonti cittadine. Purtroppo
l'accesso ai bottini era molto semplice da realizzare, dato che bastava
scavare nella morbida sabbia compatta del sottosuolo senese e deviare il corso
del bottino, con una piccola ramificazione, fino alla cantina della propria abitazione.
Queste azioni illegali continuarono almeno fino al 1500 nonostante la figura
del povero bottiniere che non riusciva a combattere il malcostume. Solo nel 1589 la biccherna emise un bando per
imporre ai proprietari dei pozzi alimentati dai bottini, l'adozione di un
sistema di trabocco per far ritornare l'acqua in eccesso nella rete. Tale
sistema prese il nome di "tornaindietro" e fu uno delle tante
invenzioni di un popolo che ha sempre dovuto fare i conti con la scarsità
idrica.
martedì 10 febbraio 2015
Pirati dell'acqua
Ubicazione:
53100 Siena SI, Italia
domenica 8 febbraio 2015
Pozzo della Diana e la sua storia
Il pozzo della Diana, gioia e
tormento dei frati Carmelitani e speranza di approvigionamento idrico per la
città, visse glorie alterne. Infatti, dopo le cure amorevoli dei frati
Carmelitani, il pozzo cambierà padroni e dopo secoli di attenzioni e
manutenzioni, i frati furono costretti a lasciare il convento per effetto delle leggi napoleoniche
tra il 1808 e 1810, potendo tornare solo durante la restaurazione, per poi essere
successivamente allontanati nel 1861, quando il convento fu convertito in caserma.
Nel corso del 1800 alcune misurazioni effettuate dai corpi militari, stanziati
a Siena, descrivevano il pozzo della Diana come un pozzo profondo 45 metri,
almeno così si raccontava in una lettera al Sindaco di Siena nel 1882 dal
55° reggimento. Nel 1887 a seguito delle operazioni di spurgo del pozzo,
eseguito dal genio militare, al Sindaco fu inviata una missiva dal tecnico
Barsotti, incaricato dal comune per seguire i lavori, dalla quale si possono
estrarre interessanti informazioni: pozzo a gola rettangolare in muratura, di forma circolare e scavato nel tufo per una profondità esatta di 48
metri e 70 cm. Il pozzo è praticamente asciutto per i primi 40 metri di
profondità, da qui in poi e per i successivi 8 metri le pareti del pozzo trasudano
acqua. A 5 metri dal parapetto del pozzo parte un piccola galleria in direzione
nord, che porta tramite una scala al convento dei frati. Quando i militari
lasciarono il convento e durante la ristrutturazione per convertire l'edificio
a sede universitaria, il pozzo fu riempito con materiali di risulta.
Ubicazione:
53100 Siena SI, Italia
venerdì 23 gennaio 2015
Il Convento del Carmine
Convento
realizzato alla fine del XIII secolo a ridosso della parte più
antica e più alta della città di Siena, conosciuta anche come il
rione di Castelsenio.
L’edificio, fin dall’origine, è stato utilizzato come convento
dei Frati Carmelitani Scalzi, un ordine mendicante sorto pochi anni
prima in Terra Santa. Nel corso di oltre sette secoli l’edificio è
stato sempre abitato dai Frati Carmelitani Scalzi ad eccezione di
alcune parentesi storiche, allorquando, prima il Granducato di
Toscana, poi Napoleone Bonaparte ed in seguito il neo costituito
Regno di Italia nel 1860 hanno
sottratto
la proprietà ai Frati. Ogni volta, a seguito di tali soppressioni
statali, i Padri hanno riacquistato il convento per poter continuare
a svolgervi l’attività religiosa. Accanto al convento vi è la
chiesa
di San Niccolò del XII secolo.
L’edificio, nel suo complesso, ha mantenuto la stessa
impostazione
architettonica originaria e, anche al suo interno, vi sono
testimonianze dirette di tale impostazione. Nello spazio aperto posto
nel retro del convento, è stata ritrovata l’entrata del famoso
“pozzo della Diana”.
Si
tratta di un pozzo molto profondo e molto antico il cui scavo è
stato avviato già nel XII secolo dagli allora abitanti della zona
per tentare di trovare l’acqua del mitico fiume della Diana. La
ricerca spasmodica dell’acqua è stata una delle fissazioni
principali dei senesi nel periodo medievale. In effetti la scarsa
disponibilità di questa risorsa ha fortemente condizionato anche i
destini storici della città ed è per questo che il Comune di Siena
ed i suoi cittadini hanno ricercato questa preziosa risorsa nel corso
dei secoli. Senza più alcun dubbio gli storici hanno individuato in
tale scavo il pozzo che doveva portare ad attingere acqua dal mitico
fiume sotterraneo della Diana. Non a caso, la via dove apre i suoi
battenti “il Chiostro del Carmine” si chiama Via della Diana.
Le
cronache del Trecento (in particolare quelle di Agnolo di Tura del
Grasso e del Bisdomini) pongono tra il 1157 e il 1174 l’escavazione
del pozzo della Diana nell’orto del convento dei Carmelitani,
suffragando la presenza dei frati in questa zona della città nella
metà del XII secolo.
La
datazione è però da rivedere perché lo scavo del pozzo
della Diana fu
portato a conclusione nel primo trentennio del XIV secolo, come
attesta una delibera del Consiglio Generale che destinava una somma
di denaro a favore dei frati del Carmine "per convertire nel
uopera, fazzione et spedizione" d’un loro pozzo, già
cominciato a scavare
Etichette:
Pozzi
Ubicazione:
53100 Siena SI, Italia
Il pozzo della Diana
Secondo
alcune cronache del trecento, nel 1176 i frati del Conventodel Carmine
avrebbero scavato nei pressi di Castelvecchio, riuscendo a trovare
una ricca vena d'acqua che avrebbe legittimato ulteriori ricerche. I
fraticelli, grazie alla loro opera di escavazione, didedero il via ad
un lavoro mastodontico che salvò Siena dalla siccità. Basti pensare
che il pozzo scavato dai Carmelitani e conosciuto come il pozzo della
Diana, stando alle cronache del tempo, era profondo più di 40 metri.
I lavori iniziarono appena in città si diffuse la voce della
presenza di una ricca vena d'acqua proprio sotto i lori piedi. I
frati non se lo fecero ripetere due volte e vista la loro penuria
d'acqua, iniziarono subito le opere di scavo arrivando a raggiungere
le 80 braccia di profondità, ma già a 60 braccia il pozzo dette i
primi segni di presenza di acqua. A quel punto i frati entusiasti
della loro scoperta, realizzarono un attraversamento fino a via di
Maremma e da li scavarono per altre 6 braccia riuscendo a trovare la
vena tanto desiderata. Le cronache raccontano che il giorno seguente
nel pozzo della Diana, i frati trovarono una grande quantità di
acqua e dal sapore buonissimo.
Etichette:
Pozzi
Ubicazione:
53100 Siena SI, Italia
mercoledì 21 gennaio 2015
Il fiume che non c'è
Vide un'ombra sollevare il mento con aria interrogativa, come sono
soliti fare i ciechi e la interrogò. La penitente rispose di essere stata senese, e di fare ammenda delle sue colpe. Avrete capito che si tratta del tredicesimo canto
del Purgatorio ed a rispondere è Sapia, una nobil donna senese che
definì i suoi concittadini:
“...gente
vana
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch’a trovar la Diana...”
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch’a trovar la Diana...”
Il
giudizio sprezzante e irriverente che il sommo poeta da dei senesi
per bocca di Sapia, è ben impresso, ancora oggi, nella mente di ogni
abitante di Siena, e si somma ad uno dei tanti motivi per qui i
senesi non sopportano i cugini di Firenze. Con questa terzina, forse
la più odiata da tutta Siena, Dante fissa per sempre l'eco di una
leggenda tanto straordinaria e folle, da aver superato le mura
cittadine già nel 1200. A Siena infatti, ormai da diversi secoli, si
era diffusa in modo capillare la credenza e l'ossessione che sotto la
città scorresse un fiume ricco di acque e portatore di prosperità
per tutta Siena. Tra le mura di Siena, almeno fino al 1300, il comune
finanziava, con spese enormi, ogni opera di ogni cittadino che si
prendesse la briga di scavare dei pozzi al fine di trovare
dell'acqua. Questa impresa di esplorazione del sottosuolo senese, non
fu per niente vana, dato che valse a recuperare grandi quantità di
acqua per lo sviluppo e la sopravvivenza di Siena, garantendo una
fitta rete di cunicoli sotterranei che diedero vita ad un vero e
proprio acquedotto. Ovviamente, il mitico fiume sotterraneo fu
cercato con ossessiva meticolosità, senza però mai trovarlo, anche
se qualcuno ancora oggi sostiene di poterlo sentire scorrere sotto la
città nelle ore notturne. Il nome Diana indicava un'abbondante vena
d'acqua che avrebbe dovuto scorrere sotto il poggio di Castelvecchio,
confluendo con il torrente Tressa. La Diana quindi risulta esistere
più nell'immaginazione dei senesi che non nel sottosuolo della
città. Il fiume mitologico battezzato Diana, come la dea cacciatrice
e al tempo stesso protettrice della creazione, indica un legame
privato e profondo tra la città, i suoi cittadini e il bisogno di
acqua che li ha caratterizzati nei secoli.
lunedì 19 gennaio 2015
Scaviamo i pozzi!
Il periodo dell'anno che
i senesi amavano meno, era sicuramente quello estivo. Il solo corso
d'acqua che lambiva marginalmente le terre senesi era il piccolo
torrente Merse, sempre secco nei mesi caldi e non certo di facile
fruibilità. In città scommetto che in molti rimpiangevano
amaramente i 70 chilometri di strade che separavano Siena dall'unico
grande fiume toscano, ovvero l'Arno. Pieni di rimpianti per essere
stati orfani di un grande fiume, i cittadini di Siena, iniziarono in
modo caparbio e testardo a fare pozzi ovunque sperando che prima o
poi qualche vena d'acqua saltasse fuori. In questo modo avrebbero
potuto dimostrare ai cugini fiorentini, non senza orgoglio, che anche
Siena possedeva il suo fiume. I senesi impararono presto che sorgere
sulla cima di una collina era l'ideale per difendere la città dai
nemici, leggisi Firenze, e che era molto meno ideale per dissetarsi.
In epoca medioevale, l'acqua era il volano dell'economia e anche
della vita: l'acqua era una fonte di energia, un liquido primario, un
simbolo di purezza che garantiva crescita e prosperità. Un bene
imprescindibile che i senesi seppero garantire fino ai giorni nostri
attraverso una articolata rete di tunnel sotterranei.
Tutte le più grandi
città sono sorte vicino a dei fiumi; regola questa che non è valsa
per Siena, edificata sulla cima di tre colline in una posizione meno
malsana, meno soggetta ad esondazioni e sicuramente più facile da
difendere. Una scelta questa sicuramente diversa da quelle delle
altre città, dettata da ragioni strategiche e militari ha scapito di
quelle urbanistiche, ma che comunque non ha evitato a Siena di
crescere e prosperare nei secoli, grazie all'ingegno dei suoi
abitanti che hanno strappato l'acqua dalle profondità della terra
per portarla in superficie tramite le fonti.
Una delle motivazioni che
stanno alla base del divario economico, urbanistico e politico tra la
Siena e la Firenze di epoca medioevale, va appunto ricercato nella
mancanza di una fonte idrica adatta alle esigenze della città della
balzana. Infatti nonostante gli sforzi che hanno portato alla
realizzazione di bottini e fonti, molte attività artigianali furono
costrette ad abbandonare le mura cittadine e a trasferirsi verso
centri bagnati da fiumi.
Etichette:
Acqua di Siena
Ubicazione:
53100 Siena SI, Italia
giovedì 30 ottobre 2014
Il lavoro nei bottini
Il lavoro nei bottini avveniva in maniera lenta, dato che poteva lavorare un solo uomo, scavando la
roccia con attrezzi rudimentali, quali zapponi, picconi, pale e palette, paletti
di ferro, succhielli, mazzapicchio e scalpelli, ed
ancora uncini per togliere il deposito calcareo (gruma) dal gorello
(operazione detta di "sgrumatura"). Per stabilire la
pendenza che, spesso, era mantenuta costante con una angolazione
quasi impercettibile dell'uno per mille, così che l'acqua, nel suo
lento scorrere, potesse anche depositare impurità o calcare, veniva
utilizzato l'archipendolo. Se il dislivello da coprire
era maggiore, si ricorreva a delle curve a serpentina,
che avevano lo scopo di rallentare la velocità dell'acqua
estendendone il percorso per mantenerne inalterata la pendenza.
Infine, per illuminare le tenebre il comune forniva candele di sego e
talvolta lanterne.
Scavata la galleria, ampliava e a rinforzava con archi, transetti e spalline di laterizio per evitare frane e cedimenti. Per questo insieme ai
minatori lavoravano carpentieri, vetturali, addetti al trasporto dei materiali e
gli addetti ai rifornimenti alimentari. I lavoratori dei bottini si dividevano in:
manovali, subito pagati e precari; i
maestri, con rapporto di impiego più duraturo e
guadagnavano il doppio di un manovale, che a sua volta guadagnava il
doppio di una donna. La paga di chi lavorava nei bottini comprendeva
sempre anche un pasto: pane, vino, melone, carne (talvolta).
C'erano
anche operai specializzati reclutati tra i minatori delle colline
metallifere (massa Marittima, Gerfalco, Montieri, Boccheggiano) che
avevano un ingaggio duraturo e sicuro. Questi minatori erano chiamati
"guerchi", dato che lavorando sottoterra, quando rivedevano la luce del sole ne venivano abbagliati
tanto da restare privi della vista (guerci). Inoltre la vita
sotterranea creava anche paure
diffuse, causate soprattutto dal buio e dall'ignoranza: si riteneva
che vi abitassero animali fantastici come il Fuggisole, capace di
avvelenare, o demoni malvagi che potevano, con il loro fiato,
intossicare i lavoratori.
Iscriviti a:
Post (Atom)






.jpg)